Dopo il lungo (e piuttosto monotono) viaggio in nave da Savona a Bastia, usciamo subito dalla città per avventurarci sulla strada per Saint Florent, dove passeremo la notte. Il caldo è intenso, come pure il profumo della macchia, che tanto mi ricorda la Sardegna di quando ero piccola e andavo in vacanza con i miei genitori. Subito la Corsica ci dà un assaggio delle condizioni delle strade, o meglio, vie, che percorreremo durante il viaggio (e ringraziamo di aver preso la nostra piccola Fiat500!), ma anche dei meravigliosi paesaggi di mare-e-monti che ci attendono. La strada verso Patrimonio costeggi i famosi vigneti della zona e ci regala un meraviglioso tramonto infuocato sulla baia di Saint Florent. Poco dopo arriviamo all’albergo che si trova proprio sul mare, sulla terrazza della camera si può anche fare colazione a pochi metri dalla spiaggia. Stanchi per il lungo viaggio troviamo un ristorantino nei pressi del porto e ci gustiamo la nostra prima cena corsa, con tanto di “muscat pétillant” per aperitivo.
Stamattina si parte alla scoperta del “dito”, ovvero del Cap Corse. Il primo paesino in cui ci fermiamo è Erbalunga, con le sue case di sasso e viuzze decorate dai fiori, e poi naturalmente la spiaggia, di sassi, già occupata da diversi bagnanti. Il caldo è decisamente intenso, come primo giorno ne risentiamo un po’, quindi alla prima occasione ci fermiamo per fare un meritato bagno in mare. La spiaggia prescelta è quella di Marina de Meria; ci godiamo la frescura prima di arrivare a Macinaggio, con il suo bel porticciolo, per il pranzo. Il Cap Corse offre paesaggi spettacolari, viste dall’alto su un mare dai colori incredibili, paesi sonnolenti e paesaggi montani. Avevamo in programma di fare l’interno e fare il Tour de Sénèque a piedi, ma il caldo ci fa purtroppo desistere. Continuiamo quindi sulla costa verso Centuri e poi giù in direzione Saint Florent. Improvvisamente dietro una curva ci troviamo davanti ad una baia con un mare azzurro che più azzurro non si può! E quindi lasciamo la strada principale per una stradina sterrata; la nostra 500 si comporta benissimo e arriviamo indenni alla spiaggia. Ci godiamo il bagno in quell’acqua incredibile e poi, a malincuore, ripartiamo. Prossima tappa: Nonza, peasino arroccato sulla montagna con un’enorme spiaggia nera resto della vecchia miniera d’amianto. Ci perdiamo tra le strette viuzze e ammiriamo la vista mozzafiato; di scendere alla spiaggia però non se ne parla, siamo ancora in fase di acclimatazione per il caldo! Intanto il sole comincia a scendere e, dopo una serie di paesaggi bellissime e di strade letteralmente mozzafiato (in tutti i sensi!), arriviamo a Saint Florent in tempo per un tramonto rosato sulla spiaggia di sassolini. Per la cena scegliamo “U Troglu” un negozio di alimentari che la sera offre, tra l’altro, buoni piatti di pasta fatta in casa nella piazzetta davanti al negozio stesso; e poi girovaghiamo nella cittadella prima di tornare in albergo.
Il programma di oggi inizia con una piccola grande delusione: la chiesa di San Michele Murato è completamente coperta per restauri!! Superata l’arrabbiatura, d’altronde siamo stati abituati ad impalcature sulla chiesa dell’isola di Iona e a St. Michael Mount…, procediamo verso Corte. Il profumo della macchia ci segue costante mentre ci inerpichiamo su stradine sempre più strette e sempre meno dritte! L’interno è disseminato di paesini che sembrano stare attaccati alla montagna per miracolo, Corte, in confronto, sembra una metropoli! Scorgiamo la cittadella vista in tante foto, ma per ora passiamo oltre e ci infiliamo nella Vallée de la Restonica. Subito vediamo diverse “vasques” dai colori bellissimi, percorriamo tutta la strada in mezzo al bosco, in bilico sul burrone che però offre scorci impagabili sulle montagne. Ci fermiamo in un posteggio improvvisato (anche qui, la 500 offre una conferma della sue qualità “off road”!) e, dotati di ottime infradito da montagna e di costume da bagno, ci arrampichiamo sulle rocce lisce e rotonde che costeggiano il fiume. Le vasche e cascatelle che si formano ogni paio di metri sono bellissime, l’aria fresca, l’acqua freddina ma limpidissima. Torniamo a Corte, e ammiriamo la cittadella con la luce aranciata del tramonto. La cittadina è molto animata e veramente bella, dopo cena ci fermiamo in un bar ad ascoltare due musicisti di strada veramente bravi, notiamo che il camerieri posta una maglietta con la scritta “resistenza”. In molti luoghi finora ci è capitato di leggere scritte come “Corsica libera” e, in qualche modo, è evidenti lo spirito di questa isola tutta particolare e in diversi modi molto lontana dalla Francia continentale.
Siccome oggi ci sono diverse tappe in programma, decidiamo di tirare dritti sulla N200 fino a Solenzara, per poi visitare con calma gli angoli dell’omonima valle. Nella zona della “Aiguilles de Bavella”, le montagne frastagliate fanno da cornice al letto del fiume che forma delle vasche molto molto invitanti in mezzo ai sassi. Troviamo un angolino tranquillo in una vasca piuttosto grande, perfino dotata di spiaggia sabbiosa! L’acqua è bellissima, calda e limpida. Un bel bagno rinfrescante e poi pranzo al sacco sotto il sole e con i piedi nell’acqua, una goduria! Ci dispiace molto lasciare questo piccolo angolo di paradiso, ma la strada è ancora lunga, e così seguiamo la strada che si arrampica fino al Col de Bavella. Ad ogni curva, ma soprattutto in cime al colle, la vista è incredibile, con le montagne, i boschi e, in fondo, il mare. Purtroppo dobbiamo rinunciare al Canyon della Purcaraccia, a cui bisognerebbe dedicare più tempo; attraversiamo Zonza, con la sua posizione scenografica, e raggiungiamo la Forêt de l’Ospedale. Qui infiliamo gli scarponi e camminiamo verso la cascata dal pittoresco nome “Piscia di Gallu”. La passeggiata dura in tutto circa un’ora e mezza, all’inizio è molto facile, l’ultimo pezzo però è estremamente ripido e scosceso, e le mie ginocchia si lamentano un po’. La cascata però ricompensa, con il suo salto tra le rocce di 60 metri. Di nuovo alla macchina, si è già fatta quasi sera, per cui ci avviamo verso l’albergo. Qui ci concediamo pure un bagno nell’idromassaggio esterno, poi cena e nanna.
Oggi pochi chilometri in programma, ma tanta tanta spiaggia! Cominciamo con Palombaggia, che raggiungiamo la mattina abbastanza presto, per cui è quasi deserta. Un’immensa distesa di sabbia bianca e mare azzurrissimo, circondata da pini marini. Di belle spiagge in Corsica ne abbiamo viste un’infinità, ognuna bella, ognuna con le sue caratteristiche. Mi ripeterò forse spesso con le descrizioni, probabilmente la cosa migliore è guardare le foto, perché le parole per queste cose non bastano! Trascorriamo qualche ora ad oziare sulla spiaggia e poi ci spostiamo qualche chilometro più in là per il pranzo, in una spiaggia poco più a sud, con un mare forse ancora più spettacolare. Per il pomeriggio piantiamo le tende, o meglio gli ombrelloni, a Santa Giulia, altra spiaggia magnifica ma altrettanto frequentata, visto l’orario. Decidiamo di rimandare la Rondinara e raggiungiamo in serata Bonifacio. Rimarremo qui tre notti, e devo dire di essere felice di aver aggiunto un giorni in questa città affascinante circondata da spiagge da sogno!
Avendola saltata ieri, oggi come prima cosa ci rechiamo alla spiaggia La Rondinara, famosa per la sua forma a ferro di cavallo. Nemmeno a dirlo, una spiaggia bellissima (tra le mie preferite in assoluto), sabbia fine e mare stupendo. Restiamo a cuocerci al sole fin dopo pranzo, quando torniamo verso sud, meta: Plage de Petit Sperone. Per arrivarci tagliamo all’interno (grazie al navigatore riusciamo a non perderci nel dedalo di minuscole vie) e lasciamo la macchina nei pressi della Plage de Piantarella. Il primo pezzo a piedi non è molto spettacolare, ma una volta superato il primo tratto di spiaggia invaso dalle alghe, ci si trova davanti la prima meraviglia: una bella spiaggia con la vegetazione sullo sfondo, una lingua di sabbia quasi invisibile che attraversa la baia e termina su di un’isoletta poco distante. Il mare è bellissimo, e ci sono diverse persone che attraversano il tratto di mare per arrivare all’isola. Noi però procediamo (non ci fidiamo neanche tanto ad attraversare, visto che passano kajak, barchette e surfisti a tutta velocità) fino ad arrivare alla Plage du Petit Sperone. Credo di poter dire che questa sia stata quasi la mia spiaggia preferita: sabbia bianca finissima, la spiaggia protetta a destra e sinistra da un costone di roccia con pini marini, dietro un prato dall’erba altissima e davanti un mare che finora avevo visto praticamente solo in cartolina. Dopo questa meraviglia concludiamo la giornata rilassante con una gita a Cap Pertusato e al suo faro, per ammirare le stupende falesie di Bonifacio. Lo spettacolo delle altissime rocce bianche che escono dal mare blu intenso è assolutamente da non perdere. Torniamo infine a Bonifacio e scattiamo qualche foto nella cittadella, sempre brulicante di turisti e con un fascino tutto particolare. Quando scende la notte, la vista sul porto dalla camminata per la cittadella, con tutte le lucine, le barche e i mega yacht dei milionari, ci rapisce ancora una volta.
Muniti di ombrelloni, asciugamani, viveri e bevande, prendiamo il traghetto per Lavezzi delle 9:30. Arriviamo sull’isola dopo una mezz’ora di navigazione, che offre delle belle viste dal basso di Bonifacio e delle sue falesie. Subito ci incamminiamo verso le spiagge, non sapendo bene dove dirigerci, facciamo un giro tra spiagge grandi e piccole, tra i caratteristici massi e prati dall’erba lunghissima. Alla fine troviamo la “nostra” spiaggetta e ci piazziamo per la giornata. L’acqua è bellissima, ci sono moltissimi pesci che vengono a pizzicarti le gambe, purtroppo però anche molte piccole meduse che, pur essendo belle a vedersi, sono meno piacevoli quando ti pungono! La traversata di ritorno passa per l’isola di Cavallo, con le sue ville vip, e per le grotte sotto le falesie. Entriamo in una di queste nonostante il mare non proprio calmo, cosa che atterrisce non pochi passeggeri diventati come di pietra all’annuncio di non muoversi per non ostacolare la difficile manovra del capitano. Anche questa bellissima giornata giunge purtroppo al termine, con un meraviglioso gelato artigianale sul porto, giretto per la cittadella e cena a ristorante “Kissing Pigs”.
Lasciamo a malincuore Bonifacio, dove cominciavamo quasi a sentirci a casa!, e ci addentriamo nuovamente all’interno; prima tappa: Sartène. Ci addentriamo del centro storico di questo paese dall’architettura tipica corsa, perdendoci tra le strette vie e scoprendo ad ogni angolo nuovi scorci che ci strappano una fotografia. Incontriamo anche diversi mici, uno dei quali, sdraiato in mezzo alla strada, sembra essere il padrone del posto e non si fa intimorire nemmeno dai diversi cani in transito! Passata Sartène con i suoi felini, lasciamo la strada principale per raggiungere Filitosa. La visita di questo sito archeologico non risulta purtroppo particolare esaltante, e il caldo afoso del mezzogiorno non rende la visita più piacevole. Ad essere sincera, mi aspettavo qualcosa di più, anche se questi menhir dalle sembianze umane hanno il loro fascino misterioso. Il tratto di strada successivo non aiuta a mantenere alto il morale, causa navigatore che ci fa fare un giro infinito per la campagna (pur bella) fuori programma, ma alla fine la prendiamo sul ridere e impariamo che è meglio non spegnere completamente il cervello anche se il GPS è acceso… Sfioriamo solamente Propriano, ammiriamo la costa ovest dove ci feriamo per pranzo (finalmente!) sulla Plage du Pero, vicino a Cargèse. La nostra meta non è lontanissima, ma vorremmo fare ancora qualche tappa prima di arrivare a Porto, per cui non ci fermiamo in spiaggia e proseguiamo verso nord sulla D81. Appena entrati a Piana, prendiamo una deviazione da cardiopalma, ma con delle vedute assolutamente splendide, per arrivare alla Plage de Ficajola. Siamo arrivati nei Calanchi di Piana, un luogo magico dove le montagne prendono forme bizzarre e tonalità incredibili di rosso; uno spettacolo! La spiaggia si raggiunge a piedi in una decina di minuti; è molto piccola, incastonata tra le rocce, con un mare blu intenso, e bellissima. Il sole comincia a scendere, per cui risaliamo il sentiero, passiamo Piana e ci addentriamo sempre di più nelle “Calanches”, fino all’inizio del Sentier Muletier, una vecchia mulattiera che collegava Piana a Ota. Raccogliamo le ultime forse della giornata e ci incamminiamo sul sentiero roccioso. Il tramonto è il momento migliore per apprezzare i colori, la luce e l’atmosfera di questi luoghi, quando le rocce si tingono di un arancio-rosso intenso e sembra di stare in un’altra dimensione. Stanchi ma contenti raggiungiamo infine Porto e ci sistemiamo in albergo, prima di esplorare la cittadina in veste notturna, con la sua torre genovese che domina il paesaggio.
Il programma di oggi non era fissato al 100%, dopo molti tentennamenti decidiamo di saltare la crociera alla riserva naturale di Scadola per motivi di tempo e ci dirigiamo direttamente verso Evisa, un paesino tra le montagne. La sua posizione tra le montagne è mozzafiato, come lo è la strada per arrivarci! Compriamo qui il necessario per il pranzo e riprendiamo la strada fino ad arrivare al punto indicato sulla guida per le cascate della Forêt d’Aïtone. Le indicazioni non sono molto chiare, diciamo pure quasi inesistenti, ma dopo un po’ troviamo l’inizio del sentiero che in un quarto d’ora circa ci porta al fiume. Ci sono diverse pozze dai colori anche bizzarri, cascatelle, vasche, tutto in mezzo alla foresta. Passeggiamo in tutta tranquillità e pranziamo prima di tornare indietro verso Evisa. Questa volta prendiamo la deviazione per Ota e, giunti al ponte, lasciamo la macchina e ci rimettiamo in cammino. Questa volta vogliamo raggiungere le Gorges de Spelunca. La passeggiata è molto bella e non molto impegnativa, anche qui, il fiume regala scorci spettacolari tra le montagne, con le sue vasche sul fondovalle. Arrivati al ponte genovese ci fermiamo e mettiamo i piedi a mollo, esploriamo i dintorni e ci rilassiamo ascoltando il rumore del fiume. Torniamo in albergo nel pomeriggio, pronti per la crociera lungo le Calanches al calar del sole, ci sta anche una gigantesca coppa gelato prima di partire. La crociera parte alle 19:30 e dura un’ora e mezza, durante la quale si navigherà fino a Capo Rosso. All’andata il cielo grigio copre un po’ la bellezza del paesaggio, ma man mano che il sole scende, i colori si fanno più intensi. Vorrei fotografare ogni centimetro di montagna, ognuno diverso, ognuno bellissimo; e poi le grotte, con la roccia rossa, il mare di un azzurro quasi innaturale, completamente trasparente tanto che si riesce perfettamente ad intravvedere il fondale; e per finire, un tramonto infuocato, gustato prima di tornare in porto, con in sottofondo un pezzo lento di musica corsa!
Giornata di trasferimento a nord lungo la costa, lasciamo le Calanches a malincuore, godendoci dalla strade per l’ultima volta la vista di queste montagne rosse per finiscono in mare. Camminiamo fino al belvedere di Bocca a Croce da dove si può ammirare il Golfo Di Girolata e la Penisola dalla Riserva naturale di Scandola, e poi proseguiamo fino alla Vallée du Fango. Volevamo fermarci qui per un bagno rinfrescante, ma quello che abbiamo trovato ci ha decisamente delusi in confronto a quello che erano state le vasche delle valli Solenzara e Restonica, in più fa un caldo terribile, per cui mangiamo il nostro ottimo e fresco panino acquistato a Galéria e ci rimettiamo in viaggio. La strada costiera che arriva a Calvi offre scorci particolarmente belli sulle scogliere e le baie della Balagne. Arriviamo quindi a Calvi nel pomeriggio, il caldo e l’umidità non lasciano tregua, quindi decidiamo di saltare la visita alla cittadella e andiamo dritti alla spiaggia, dove passiamo qualche ora ad oziare. L’ultimo tratto di strada di oggi ci porta a Ile Rousse, dove pernotteremo. La cittadina è molto carina e troviamo perfino una fiera con tanto di autoscontri, mercatino e quant’altro, per cui c’è molto movimento. Dopo una cena per una volta non molto tipica a base di tapas, gelato alle 23:30, quando fanno ancora 29 gradi e poi nanna; domani ci aspetta l’ultimo vero giorno di vacanza.
Lasciamo Ile Rousse la mattina presto, attraversiamo il bel Desert des Agriates ed approdiamo nuovamente a St. Florent, da dove prendiamo la barca per la tanto sognata Plage di Lotu. Il programma prevedeva la camminata fino a Saleccia, ma alla biglietteria ci dicono che il rientro sarà alle 15 perché era stata prevista pioggia. Essendo già le 11 e non essendoci collegamento marittimo per Saleccia, rinunciamo molto a malincuore, anche se “accontentarsi” della spiaggia del Loto è un gran bell’accontentarsi! Alla fine riusciamo a tornare alle 17 (non capendo se fosse stato un trucchetto dell’agenzia dei battelli, secondo quello che diceva un ragazzo francese), per cui ci godiamo una giornata di completo relax in una cornice da cartolina nemmeno troppo affollata.
Fatte le valigie, ci avviamo molto lentamente verso Bastia, che raggiungiamo poco prima dell’ora di pranzo. Io non sono molto in forma, per cui facciamo solo un giretto per il porto vecchio e le stradine lì intorno. Non facciamo molto, anche perché nel primo pomeriggio si scatena una tempesta tropicale che ci coglie un po’ impreparati! Zuppi fino all’osso, ci dobbiamo cambiare in macchina come dei contorsionisti, e poi non ci rimane altro che aspettare il traghetto. La notte di traversata si rivelerà agitata, come il mare, io non chiudo occhio e arrivo stravolta a Savona, ancora 500 km di strada e poi finalmente casa. Disfo le valigie e crollo a letto, contenta che non si muove di un millimetro!
Aggiornamento a breve. Nel frattempo potete guardare le foto!
Aggiornamento a breve. Nel frattempo potete guardare le foto!
Inutile tentare di resistere: una volta che l’Africa comincia a richiamarti, non puoi fare a meno di rispondere. Questa volta ci spostiamo nella parte orientale del continente, nel Paese che ospita i parchi nazionali più grandi e più famosi (Serengeti su tutti) dell’intera Africa.
Si parte prestissimo la mattina del 4 gennaio 2008 (quale modo migliore per cominciare l’anno?!?) per l’aeroporto; dopo uno scalo ad Amsterdam la nostra “Maria Callas” (MD-11 della KLM) ci porta in poco più di otto ore ad Arusha, nel nord della Tanzania, e “capitale dei safari”. Siamo stanchi dopo un’intera giornata tra aerei ed aeroporti, fa già buio (sono le otto e mezza passate della sera) e molto molto caldo... Cominciamo a toglierci vari strati che compongono il nostro abbigliamento a cipolla mentre aspettiamo in coda per fare il visto d’entrata. Una signora tenta di fare la furba e si rifiuta di pagare la tassa d’entrata di 50 dollari, e io mi chiedo cosa ci fa in giro gente del genere...
Finalmente arriva il nostro turno (gli addetti non hanno nessuna fretta!) e passiamo al ritiro bagagli, ovvero una stanza con tutti i bagagli ammassati per terra! Per fortuna individuiamo subito i nostri ed usciamo; ad attenderci, la nostra guida per il safari, Hamidu, un omone dalla faccia simpatica e tranquilla. A bordo del nostro Land Rover ci dirigiamo verso l’albergo, l’Arusha Mountain Village Hotel, di proprietà della catena Serena Hotels. Come detto fa già buio, per cui dobbiamo aspettare il giorno seguente per cogliere le prime impressioni visive africane, ma nonostante ciò l’aria calda, i nuovi odori, il buio, le stelle (tra cui una cadente) mi fanno lentamente rilassare dopo lo stress del volo e un sorriso comincia a stamparmisi sul viso.
L’albergo é di quelli di lusso, formato da tanti piccoli bungalows indipendenti immersi in un bel giardino. Ci buttiamo subito a letto dopo una doccia veloce, chiudiamo la zanzariera e ci addormentiamo beati (non senza patire un po’ il cambiamento di clima... ).
La mattina seguente, dopo la sveglia di buon’ora e una colazione all’americana (con tanto di Johnny Cash in sottofondo...), ci dirigiamo verso il parco nazione di Arusha, il più piccolo della Tanzania. Finalmente dopo il buio dell’arrivo possiamo gustarci anche le immagini e i colori che sfrecciano fuori dal finestrino... piante di banani, strade sterrate, gente per strada, donne dai vestiti coloratissimi e bambini in divisa scolastica; ecco il nostro primo impatto con “l’Africa vera”. Farà sempre un certo effetto, per tutta la durata del viaggio, passare attraverso i villaggi, all’interno della nostra bella jeep, con la nostra costosa attrezzatura fotografica... e rapportarsi con quello che invece c’è all’esterno.
All’ingresso del parco scendiamo dalla macchina mentre Hamidu va a sbrigare le formalità di entrata, e ci godiamo una bellissima vista sul Kilimanjaro, eccezionalmente libero da nubi. Dall’altro lato, si erge imponente anche il Monte Meru, che si trova proprio all’interno del parco. Seguono gli scatti di rito prima di ripartire.
Quasi non riusciamo a varcare i cancelli d’entrata che ci vengono incontro tre giraffe. Non male come inizio!
Come prima cosa costeggiamo una piccola pianura erbosa circondata da alberi e chiamata “Little Serengeti”. Infatti al suo interno, nonostante le dimensioni ridotte, possiamo vedere una quantità e diversità incredibile di animali: bufali, zebre, facoceri e giraffe! Ci fermiamo entusiasti a guardarli, tra l‘altro questi sono i nostri primi bufali in assoluto!
Non passa molto tempo che la vegetazione comincia a cambiare, e così ci ritroviamo in mezzo alla foresta, verdissima e fitta, piena di fruscii e richiami di uccelli. Improvvisamente, dalla macchina scorgo un movimento improvviso: é una scimmietta che salta da un ramo all’altro! Così ci fermiamo, e piano piano dal folto del bosco escono diverse altre scimmie, Blue Monkeys, Black and White Colobus, babbuini.... È divertentissimo stare a guardarle mentre si lanciano fra i rami, sgranocchiano qualche vegetale o si puliscono a vicenda!
Riprendiamo il viaggio e la strada sale fino ad arrivare alla sommità di un piccolo (si fa per dire) cratere, chiamato anche “Little Ngorongoro”. La vista da lassù é strepitosa!
Dopo la discesa raggiungiamo i Momella Lakes, laghi di soda com’è comune da queste parti, abitati da una miriade di uccelli diversi. La presenza di altre macchine nel punto panoramico che avevamo adocchiato per il pranzo ci spinge a proseguire, e così ci inerpichiamo sulle pendici del Monte Meru, fino ad una radura (che raggiungiamo a piedi) in mezzo alla foresta con una cascata molto scenografica. Lì scartiamo il nostro Lunch Box e pranziamo in compagnia degli occupanti di un’altra macchina della Flycatcher Safaris. È incredibile l’effetto che fa starsene immersi in quella natura selvaggia, con le scimmie che fanno acrobazie a diversi metri da terra sugli alberi poco distanti, i canti degli uccelli e il rumore della cascata.
A pomeriggio ormai inoltrato ci rimettiamo in marcia per raggiungere il nostro prossimo obiettivo, il Tarangire National Park. Come sempre gli spostamenti non sono mai solo tali, ma diventano occasioni per fare un altro safari o osservare la vita dei locali.
Raggiungiamo il parco al calar del sole. Mentre la nostra guida si preoccupa del solito iter burocratico per entrare, io mi avventuro verso la toilette... e quando dico “avventuro” non sto scherzando! Subito mi imbatto in un cartello che intima tra l’altro a prestare estrema attenzione agli animali, e che indica che il parco declina ogni responsabilità in caso di incidente. In effetti anche se ci sono costruzioni, vialetti e aiuole ben coltivate, non bisogna dimenticare di essere all’interno di un parco nazionale, e che non esiste nessuna rete, ramina o muro che tengano a distanza i suoi abitanti!
Ad ogni modo ritorno alla jeep sana e salva, e dopo poco ripartiamo alla volta del Tarangire Safari Lodge, che raggiungiamo con le ultime luci del giorno. Il sole é già tramontato, eppure non possiamo fare a meno di rimanere letteralmente a bocca aperta arrivando sulla terrazza del lodge, con una vista mozzafiato sulla savana sottostante. Gli alloggi sono costituiti da tende con un tetto di paglia che le sovrasta e bagno sul retro, anch’esse con vista sulla savana e assolutamente immerse in essa, senza alcuna demarcazione. Infatti, all’inizio del sentiero che porta alle tende, un cartello reca la scritta “No food behind this point”, al fine di evitare spiacevoli visite notturne e non... Le tende stesse sono molto confortevoli, hanno perfino un vero letto molto spazioso!
Dopo la cena (purtroppo devo dire la peggiore di tutto il viaggio, specie per una terribile zuppetta dal sapore dubbio e calda da ustione), passiamo qualche momento sulla terrazza, completamente immersa nel buio. Fa decisamente un certo effetto essere lì, avvolti dall’oscurità, sapendo che a pochi metri potrebbe esserci chissà quale animale (che invece di solito al buio ci vede benissimo........)!
Torniamo in “camera” per la nostra prima notte in tenda, e ad accoglierci all’entrata troviamo diversi insetti-stecco, dei gechi e perfino un orrido ragno, a causa dei quali entrare diventa un po’ difficoltoso! La notte trascorre tranquilla, io non dormo benissimo visti i rumori (iene, soprattutto), ma tutto sommato la mattina sono piuttosto riposata.
Ci alziamo prima dell’alba, e torniamo alla terrazza muniti di macchina fotografica per immortalare il sole che sorge. Il cielo si illumina, cambia colore minuto dopo minuto, dall’arancio al giallo intenso fino ad un bell’azzurro, il sole getta lunghe ombre sulle acacie e il fiume luccica come tante pietre preziose... una meraviglia!
Arrivano anche diversi uccellini dai colori sgargianti, per niente spaventati dalla nostra presenza, e così ne approfitto per qualche scatto ravvicinato.
Fatta colazione, partiamo alla scoperta del parco, che é completamente diverso dal precedente: qui a dominare la scena ci sono i maestosi baobab che punteggiano la pianura ricoperta di acacie.
Attraversiamo il fiume Tarangire, in questa stagione non molto ricco d’acqua, ma che ospita comunque sulle sue rive un bel branco di elefanti che si abbeverano.
Il secondo incontro con questi magnifici pachidermi purtroppo arriva in concomitanza con un altro, tutt’altro che piacevole: quello con le malefiche mosche tze-tze! Inutile nasconderlo, questi bruttissimi insetti sono una vera piaga; ci costringono a scappare a tutto gas e a prendere confidenza con la nostra arma di difesa, gli schiacciamosche!!
Per fortuna gli sciami di tze tze sono abbastanza localizzati, e finché non ti capita la sfortuna di passarci in mezzo o di farti seguire da uno di essi, la situazione rimane tranquilla. Ci godiamo quindi il magnifico paesaggio sotto un sole caldissimo, incontrando diversi uccelli (con i nomi sono un disastro!), babbuini, giraffe e soprattutto tanti tanti elefanti. Un branco in particolare lo incrociamo a pochi passi dalla strada, mentre si riposa all’ombra degli alberi. Ci sono anche dei tenerissimi cuccioli, sempre protetti e controllati a vista dagli adulti... ci fermiamo per un bel po’ ad ammirarli prima di ripartire verso il pic nic site. Attraversiamo un fitto bosco di acacie e poi.... meraviglia! Mi accorgo che sto trattenendo il fiato, ma non ne posso fare a meno, perché la vista che ho davanti é assolutamente eccezionale: poco avanti a noi il bosco finisce improvvisamente; al di là, una distesa di alta erba verdissima delimitata da un fiumiciattolo e una striscia di terra rossa; sullo sfondo in lontananza, una cornice di montagne che appaiono blu; il cielo azzurrissimo punteggiato da nuvole bianche. Mangiamo il contenuto del nostro lunch box con questa meraviglia davanti, e io non posso fare a meno di sorridere per tutto il tempo.
Il pomeriggio ci regala anche il nostro primo incontro con una iena, appisolata tra l’erba.
Torniamo al lodge dopo il tramonto, dopo aver fatto conoscenza con un numerosissimo gruppo di babbuini: diversi piccoli si arrampicano su un baobab per poi lanciarsi a terra dai rametti più bassi, gli adulti sono impegnati a litigare, mangiare o spulciarsi a vicenda... ce n’è di che stare a guardarli per ore!
Durante la seconda notte nel lodge tendato, il sonno di entrambi viene interrotto da un gruppo di iene che, a giudicare dai rumori, sguazza allegramente (e molto rumorosamente!) nell’acqua del fiume.
La mattina non é da meno per quanto riguarda “l’essere completamente immersi nella natura”: in fondo al vialetto delle tende ci aspettano due timidi dik dik, mentre sul muro che sovrasta la cucina vediamo un paio di velvet monkeys intente a rubare qualche avanzo e a darsela a gambe col bottino... e tutto questo ancora prima di colazione!
Oggi in programma c’é il Lake Manyara, che visiteremo in giornata prima di raggiungere il celeberrimo cratere di Ngorongoro.
Appena usciti dal Tarangire, dalla strada principale possiamo già scorgere in lontananza il lago, ma per raggiungerlo dobbiamo prima girargli intorno, passando attraverso alcuni villaggi, Mto Wa Mbu in particolare é una girandola di colori tra casupole, vestiti delle donne, frutta di ogni genere portata sulle bici o esposta su teli altrettanto colorati lungo la strada, e alberi di banano come sfondo...
Durante la consueta sosta all’entrata del parco stiamo parecchio col naso all’insù, per guardare una miriade di cicogne in volo, alcune che trasportano nel becco dei rami da una pianta all’altra. Il piccolo posteggio di terra rossa é lambito da tutti i lati dalla foresta, che ci avvolge completamente appena superati i cancelli. Tutto questo intrico di verde, oltre ad essere affascinante e a nascondere una sorpresa dopo l’altra (poco distante dai cancelli vediamo ad esempio una maestosa aquila su di un ramo proprio sopra la strada), offre un fresco rifugio al sole e al caldo!
Ancora più del Tarangire, questo é il parco dei babbuini, e c’è proprio da divertirsi osservando i gruppi numerosi impegnati nelle loro attività. Perfino gli elefanti sono se possibile ancora più numerosi, e molto più vicini.... l’emozione di vedere a pochissima distanza un cucciolino che beve il latte della mamma é indescrivibile!
Intanto anche il territorio cambia, e arriviamo sulle sponde di un fiume popolato da una quantità incredibile di pellicani, ibis, cicogne e marabù; che poi si allarga in una bella pozza d’acqua occupata anche da diversi ippopotami e fenicotteri rosa. Il caldo é molto intenso, c’è da invidiare gli ippo che si rotolano e spruzzano nella pozza!
Poco dopo, mentre avanziamo nella pianura erbosa, Hamidu si ferma di colpo e impugna il binocolo, come fa spesso. Ma stavolta la “preda” é da caccia grossa: una leonessa nascosta al limitare di un boschetto, ma molto molto lontana. Partiamo a velocità sostenuta e, una volta aggirata la vegetazione, la rivediamo. Seduta in mezzo all’erba, respira con la bocca per il gran caldo, e fa la guardia al suo prossimo pasto. Evidentemente le piacerebbe portarsela al fresco, perché cerca di trascinarla via, ma desiste dopo poco e si risiede guardandosi intorno guardinga.
Eccoci qua, anche se da lontano, abbiamo avvistato il nostro primo felino! Ma ancora non sappiamo cosa ha in serbo per noi il Lake Manyara National Park! Dopo pranzo riprendiamo la marcia tra gli alberi... passando accanto ad uno particolarmente grande, Hamidu dice “Una volta su questo albero ho visto cinque leoni!!”, e noi “Ah!”... pensando: ‘avremo mai la stessa fortuna?!’
Passano i minuti, passano i chilometri.... ad un certo punto Hamidu esclama, ma con calma “Non ci crederete, ma su quell’albero ci sono dei cuccioli di leone!” Il mio cuore sobbalza, trattengo il respiro e aguzzo lo sguardo.... eccoli!! Incredibile, sull’albero proprio accanto alla strada (alcuni rami addirittura la sovrastano) ci sono due... tre.... no! Sono ben quattro cuccioli di meno di un anno, che sonnecchiano appollaiati sui rami! Non posso credere alla nostra fortuna sfacciata, siamo perfino da soli ad ammirare quella meraviglia! Rimaniamo per parecchio tempo incollati a guardarli, qualcuno di sveglia e fa un giretto sul ramo, un altro gira il testolino per guardarci e poi si mette a respirare forte per l’afa del mezzogiorno. Sembrano dei peluche, sono incredibilmente teneri e verrebbe decisamente voglia di scendere dalla macchina e andare a dargli una carezza, ma evidentemente la realtà é un’altra cosa! Anche perché improvvisamente tutti insieme aprono gli occhi, sembrano trattenere il respiro, si girano, gli occhietti si fanno attenti, puntati tutti nella stessa direzione. Io sussurro “Mi sa che sta arrivando la mamma”.... ma non é la signora leonessa che fa capolino alle nostre spalle, é lui! Il signor Re! Ci getta un’occhiata abbastanza indifferente, ma che basta ad immobilizzarci completamente, e poi si sdraia sotto un cespuglio.
Rimaniamo ancora un po’ e poi ci avviamo verso il lago, sentendoci incredibilmente fortunati per quell’incontro.
Anche il lago stesso é mozzafiato, una distesa blu che si mischia al cielo, con grandi chiazze rosa (sono i fenicotteri!) che ogni tanto si alzano in volo a centinaia. Sulle sue sponde ci sono anche una decina di giraffe che si stagliano contro il cielo con i loro lunghi colli.
Purtroppo però é già ora di avviarsi verso la prossima tappa: il cratere di Ngorongoro. La strada si inerpica su di una collina e ci permette di rivedere il lago da una nuova prospettiva.
Quando poi affrontiamo la salita al cratere, l’altezza comincia a farsi sentire: fa decisamente più fresco.
La prima occhiata al cratere la diamo da un “view point” sulla strada per il lodge. La folta vegetazione si apre, scendiamo dall’auto, salutiamo la guardia armata che garantisce ai turisti di poter scendere per ammirare il panorama in tutta sicurezza, e poi... eccolo lì! Non ci sono parole adatte per descriverlo, la distesa verde sul fondo della caldera, il lago, le pendici che tendono al bluastro...
Una vista quasi altrettanto spettacolare abbiamo anche il privilegio di avercela dalla camera del lodge, lo Ngorongoro Wildlife lodge; che non é particolarmente bello ma che gode appunto di una posizione bellissima.
Riusciamo anche a goderci il tramonto dalla terrazza prima di cena, anche se siamo esausti per l’intensa giornata appena trascorsa.
Poi, una volta in camera, guardando giù dalla finestra, il Domi dirà la famosa frase già sentita in tanti diari di viaggio e testimonianze sul cratere: “Ma secondo me lì sotto non ci sono animali!”, io sorrido e non rispondo.
Oggi il programma recita: safari nel cratere o escursione al cratere Empakai.
Partiamo quindi nell’aria fresca della mattina per andare a “noleggiare” un ranger armato che ci accompagni nel walking safari. Purtroppo l’unico disponibile deve essere di ritorno ad inizio pomeriggio, per cui non ci é possibile raggiungere l’Empakai, decisamente troppo distante. Veniamo quindi dirottati sul fratello minore, un cratere a metà strada tra lo Ngorongoro e lo stesso Empakai. Una volta fatto il giro del grande cratere, ridiscendiamo e attraversiamo il territorio Masai nella Ngorongoro Conservation Area: piccoli villaggi circolari fatti di capanne, gli uomini con i loro tipici vestiti colorati che pascolano gli animali tra l’erba alta delle colline. La strada si fa via via più sconnessa, poi ci fermiamo e abbandoniamo jeep e guida, cominciando la nostra camminata accompagnati dal ranger.
Siamo ai piedi dell’Olmoti Crater, il sole caldissimo delle undici ci fa sudare parecchio, visto anche che il “sentiero” (che in realtà non esiste) comincia subito a salire. Camminiamo prima nell’altissima “erba degli elefanti”, poi sulla terra rossa tra un cespuglio e l’altro e poi finalmente all’ombra della vegetazione sulle pendici del cratere, sempre chicchierando con William, che ci racconta un sacco di aneddoti divertenti sulle sue esperienze con turisti da tutto il mondo. Ci fermiamo un po’ per ammirare la vista che si apre tra gli alberi, poi ripartiamo, mentre il ranger ci racconta come in quella zona una settimana prima si fosse verificato un attacco da parte di un leopardo. Questo aveva tentato di cacciare una mucca dei masai, i quali si erano messi in mezzo per evitare la perdita ed erano quindi rimasti feriti. La voglia di incontrare questo magnifico ma sfuggente felino é moltissima, d’altra parte non so come potrebbe essere senza la protezione di un veicolo... Purtroppo mister leopardo non si concede ai nostri sguardi, quindi il dubbio rimane!
Dopo una buona mezz’ora di cammino arriviamo in cima, e possiamo così ammirare il fondo della caldera dall’alto. Niente lago, ma una distesa erbosa punteggiata di villaggi masai assolutamente degna dello sforzo!
Dopo una ripida discesa ci avventuriamo (é proprio il caso di dirlo visto il precipizio che si apre sotto di noi!) fino alla cascata formata dal fiume Munge, in questo periodo dell’anno non esattamente al massimo della sua potenza. Ci riposiamo un po’ godendo del panorama del canyon scavato dal fiume, prima di risalire sulla sommità per il pranzo. È proprio piacevole starsene a parlare con William della sua vita, della vita in Tanzania, delle differenze con la nostra Svizzera e tanto altro, in quella cornice da cartolina. Poco distante, anche due pastori masai chiacchierano seduti su un masso.
Ritornando verso la strada, il ranger non può fare a meno di raccontarci come una volta una turista che gli aveva appena chiesto spaventata se ci fossero serpenti nella zona, a cui aveva risposto di non averne mai visti, era stata morsa al polpaccio! E così al momento di attraversare l’erba degli elefanti non posso fare a meno di chiedermi chi o che cosa potesse nascondersi sotto...
Hamidu ci aspetta in un villaggio lì vicino. Mentre lo attraversiamo abbiamo addosso tutti gli sguardi curiosi dei bambini e anche quelli che (sembrano) un po’ meno benevoli degli adulti... chi sta osservando chi adesso??!
Durante il ritorno, essendo ancora piuttosto presto, decidiamo di scendere nel cratere (quello di Ngorongoro). Così scendiamo dal lato est, mentre alcune nuvole portatrici di pioggia si avvicinano minacciose. È una bella emozione vedere il paesaggio che cambia mentre scendiamo, i particolari che si aggiungono man mano, i primi animali, il cambio di prospettiva... E poi finalmente raggiungiamo il fondo, mentre qualche goccia di pioggia cade dal cielo.
Ed eccoli qui gli abitanti del cratere! Quelli che dall’alto apparivano assenti, gazzelle di Grant e di Thomson (così piccoline!), moltissimi uccelli tra cui le bellissime crowned cranes, simbolo tra l’altro dell’Uganda; bufali che pascolano placidi tra l’erba verdissima, ma che si fanno subito più “minacciosi” quando smettono di brucare e alzando lo sguardo su di te, specie se si tratta di un maschio solitario... E poi zebre, facoceri, gnu a non finire! Mancano proprio solo le giraffe, che qui a quanto pare non trovano cibo adatto a loro. Riusciamo anche a vedere due rinoceronti, madre e piccolo, purtroppo ormai animali rarissimi da queste parti.
E tutto questo in una cornice mozzafiato e assolutamente unica, resa ancora più bella dalle nuvole che si rincorrono in cielo e che cambiano la luce da un momento all’altro.
A ragione questo luogo magico é considerato una delle attrazioni principali di tutta la Tanzania, ma il prezzo che si paga per questa notorietà é l’affollamento di veicoli che si incontra lungo le piste all’interno della caldera, specie in concomitanza con la presenza di felini. È questo il caso quando avvistiamo un ghepardo, purtroppo molto lontano e “avvicinabile” solo con il binocolo, o anche in un’altra occasione quando scorgiamo in lontananza un gruppo consistente di auto ferme: ci avviciniamo con cautela, rimanendo un po’ in disparte, e poco dopo scorgiamo il motivo di tanto interesse, quattro leonesse sdraiate fra l’erba in un avvallamento del terreno. Ci fermiamo per un po’ ad ammirarle, ma non molto: arrivano sempre più auto e così decidiamo di spostarci oltre.
La fortuna (o forse sarà un premio per non aver voluto disturbare oltre modo le leonesse?!) vuole che non molto distante, dopo aver attraversato un branco di gnu, Hamidu allunga il collo e schiaccia sul pedale dell’acceleratore, “Credo che quello là sia un leone!”. La pista é sgombra, e dopo pochi attimi ci ritroviamo faccia a faccia, soli, con il re della savana, che attraversa la strada proprio pochi metri davanti a noi, degnandoci di uno sguardo intenso e prolungato che ci fa rimandere a bocca aperta. E dopo pochi attimi, ecco la sua signora che lo segue! Lo raggiunge e poi si sdraiano entrambi, facendo vagare lo sguardo placido verso gli gnu in lontananza. Restiamo parecchio tempo incantati ad osservarli, non credendo alla fortuna di poterlo fare in completa solitudine! Ma un veicolo fermo attira sempre l’attenzione degli altri, e così lasciamo il posto ai prossimi, felicissimi dell’incontro appena fatto.
Ci dirigiamo nella direzione opposta, e raggiungiamo il Lake Magadi, anch’esso coperto da fenicotteri, che lo fanno sembrare rosa. Poco oltre, vicino alla parete ovest, troviamo una pozza che pullula di ippopotami rumorosi e, poco distante, un elefante gigantesco, che ci offre una delle immagini più suggestive di tutto il viaggio. Si staglia contro la parete verde-bluastra del cratere, imponente, agitando le enormi orecchie, l’erba alta e verdissima gli copre le zampe in prossimità di un fiumiciattolo dove si inginocchia per bere.
Pian piano si avvicina anche la fine del pomeriggio, per cui ci avviamo lentamente verso il lodge. La strada che si inerpica sui lati del cratere é spettacolare per la vista che offre ogni qualvolta la vegetazione si fa meno fitta, ma é anche molto dissestata e tremendamente a picco! Trattenendo il fiato, raggiungiamo la cima, e io sono ben contenta della decisione che abbiamo preso di non tornare nel cratere all’indomani, ma di proseguire direttamente verso la Ndutu Area.
L’indomani lasciamo quindi l’incredibile cratere di Ngorongoro, per raggiungere la Ndutu area, al confine con il Serengeti.
Durante il lungo viaggio, abbiamo il tempo per visitare un villaggio Masai e l’Olduvai Gorge, culla dell’umanità (qui sono stati rinvenuti i resti dei primi ominidi).
Dopo le colline della zona dello Ngornongoro e i canyon dell’Olduvai, il paesaggio si fa prettamente piatto, con distese di erba infinite, fino all’orizzonte. Ci fermiamo a pranzare nei pressi di una pozza d’acqua, in mezzo al nulla, immersi nel silenzio della savana. Ci sembra proprio di essere in un documentario, avvistiamo diverse zebre e riceviamo la visita di alcune iene, che vengono a bagnarsi nella pozza. Prima di raggiungere il campo tendato, avvisitamo anche gazzelle, altre zebre e un branco di elefanti in mezzo alla boscaglia.
È quasi buio quando raggiungiamo quello che sarà la nostra casa per i prossimi giorni, il campo tendato Flycatcher, accolti da una giraffa che si aggira tra le tende!
Raccolgo insieme questi giorni trascorsi nella Ndutu area, che sono stati quasi senza dubbi i più belli ed emozionanti di tutta la vacanza.
Il campo consiste in una manciata di tende indipendenti, molto spaziose e dotate di letti e bagno con doccia sul retro; e una tenda comune, dove si svolgono i pasti principali. La colazione é internazionale e sempre molto abbondante, non mancano mai i fantastici frutti freschi dal sapore così intenso rispetto a quelli che si trovano qui! Il pranzo può essere costituito dal classico lunch box, se si decide di effettuare un safari lungo tutta la giornata, oppure viene servito nella tenda. La cena è immancabilmente preceduta dall’annuncio del menu “Our dinner today is.....” fatto dal dolcissimo cameriere del campo. Zuppa, piatto principale e dessert, praticamente sempre buonissimi... siamo proprio stati viziati!
Anche una doccia calda non manca mai (gli addetti del campo chiedono quando si vuole farla e scaricano nelle sacche l’acqua scaldata dal sole al momento desirato), come pure il buongiorno con i biscotti e il rumore dell’acqua fresca che viene versata nelle bacinelle fuori l’entrata.
Le tende, come detto, sono molto spaziose e confortevoli, senza però togliere il brivido di dormire senza grosse protezioni nella savana, ascoltando immobili i rumori nella notte. Particolarmente degno di nota, un verso strano sentito una notte... Chiedendo delucidazioni ad Hamidu il giorno seguente, ci spiega ridendo che non apparteneva ad uno gnu, come pensavamo, ma addirittura ad un leopardo!
In effetti, questo modo di alloggiare, ti fa sentire piccolo piccolo e completamente impotente di fronte alla natura immensa che ti circonda.
Una sera, tornati in tenda, sentiamo che un animale striscia ALL’INTERNO, probabilmente cercando di uscire! Passato lo spavento iniziale, scopriamo che si tratta di un innoquo topino e lo liberiamo con suo (e nostro) immenso sollievo. Ma questo è niente rispetto al racconto di un’altra guida, Nasiri, che ci spiega come, a causa delle piogge, un paio di settimane prima un branco di gnu si fose rifugiato nella radura del campo. A seguire un attacco di un branco di leoni tra le tende!
Altro incontro ravvicinato, stavolta vissuto in prima persona: un pomeriggio stando seduta fuori dalla tenda a leggere, sento un fruscio e mi giro. Una tenda più in là, a pochi metri, sbuca un’immensa giraffa che mi fa rimanere a bocca aperta! Naturalmente quando serve non si ha mai in mano la macchina fotografica... tento di alzarmi molto lentamente, ma la giraffa si blocca lo stesso girandosi nella mia direzione. Per fortuna decide che non sono pericolosa, e io riesco ad immortalarla mentre attraversa il campo e si ferma a mangiare le foglie di un albero accanto alla tenda-ristorante. Un’emozione unica!
Durante i giorni di permanenza al campo, abbiamo imparato a conoscere la zona. Pensavo che il fatto di non visitare luoghi mai visti ogni giorno mi avrebbe infastidita, eppure è stato bellissimo riconoscere i diversi luoghi, poter decidere quali visitare ancora, andare a trovare “vecchie conoscenze” o vedere gli stessi scenari sotto luci diverse a seconda del periodo della giornata.
Inoltre, in questa regione è permesso allontanarsi dalle piste per seguire gli animali. È pertanto necessario avere una guida rispettosa del paesaggio e degli animali stessi, ma le possibilià offerte dai fuori pista sono assolutamente incredibili.
Abbiamo avuto la fortuna di assistere alla grande migrazione, di trovarci in mezzo ad una distesa infinita e rumorosa di gnu e zebre, tanto numerosi da tingere l’orizzonte di marrone; abbiamo visto branchi di elefanti composti da dieci e più individui; branchi di leonicon piccoli a pochi passi dalla jeep, una coppia di leoni in amore (che ritrovavamo puntualmente tutti i giorni!); un leopardo e perfino un cucciolo di questo meraviglioso e sfuggente; zebre e gazzelle appena nate e ancora umide dopo il parto, che stentavano a reggersi in piedi; iene che giocavano a rincorrersi in una tempesta di sabbia; avvoltoi intenti a spolpare i resti di qualche animale; famiglie intere di ghepardi, avvistati a distanze incredibili da Hamidu-occhio-di-falco; sciacalli; tartarughe perfino! E tutto questo naturalmente in una natura mozzafiato, fatta di boschi di acacie, laghi, colline, pianure infinite e tramonti dai mille colori.
È con grande rammarico che lasciamo la Ndutu area e ci dirigiamo verso il Serengeti. Ci lasciamo alle spalle i branchi di miglioni di gnu e zebre, ma veniamo subito salutati da un gruppo di elefanti nell’erba alta, che si stagliano contro il blu intenso del cielo. Qui nel Serengeti siamo “confinati” alle strade segnate e purtroppo incontriamo ancora le odiate mosche tze-tze. Nonostante questo, il campo Flycatcher è comunque molto confortevole e il paesaggio affascinante con i suoi kopjes e le montagne a fare da sfondo.
Durante questi giorni, visitamo Seronera e Grumeti, la zona centrale ed ovest, rispettivamente, del parco. La concentrazione di animali non può tenere il confronto con la Ndutu area, ma riusciamo comunque ad avvistare elefanti (di cui due particolarmente vicini che ci attraversano la strada, o meglio, che ce la bloccano per un bel po’ di tempo!), giraffe, ghepardi, bufali, ippopotami (soprattutto nella omonima hippo pool sulla strada per il Grumeti), coccodrilli, e perfino un leopardo.
Ok lo ammetto, questa per me é stata una giornata non difficile, di più! Risparmio i dettagli, ma posso dire di avere avuto una bella crisi isterica della serie “No io non ci vado-voglio andare in macchina-voglio tornare a casa”... stendendo un velo pietoso su questo, dopo colazione ci avviamo verso la pista sterrata/mini aeroporto di Seronera. Arriviamo con largo anticipo, ma non siamo soli, ci sono molti turisti in attesa degli aerei e molti altri ne arriveranno ancora. In barba al fatto di essere una striscia di terra in mezzo alla savana, questo “aeroporto” é trafficato quanto uno intercontinentale! Mentre aspettiamo, infatti, atterrano e ripartono diversi “farfallini” carichi di gente.
Poi arriva anche il nostro, un piccolo monomotore della Coastal Travel. Scende il pilota, un omone biondo con gli occhiali da sole e in maniche di camicia che controlla i biglietti dei passeggeri. Ci avviciniamo anche noi, dopo aver salutato la nostra fantastica guida, Hamidu! Ci caricano i bagagli; con noi, un gruppo di quattro norvegesi caricati come muli! Io manco a dirlo comincio ad agitarmi pensando che il limite di 15 kg di bagaglio a testa sicuramente verrà superato e non di poco....
Finalmente (si fa per dire) saliamo sul mini-aereo. L’impatto é abbastanza shoccante: non si può stare nemmeno in piedi, come sedili ci sono delle specie di panche imbottite a cui agganciarsi con cinture di sicurezza avvolgenti. Sale anche il pilota, che si gira e annuncia “Welcome on board”, seguito dall’annuncio della durata del volo, circa 45 minuti. Seguono i 45 minuti più terrificati della mia vita, mentre ci alziamo sopra le nuvole (accidenti nemmeno la vista ci possiamo godere!), “balliamo” tra di esse (alcune paurosamente di colore grigio scuro), e finalmente iniziamo la discesa verso Arusha. Il tempo non é bellissimo e il pilota si destreggia cercando di tenere dritto l’aeroplanino.... Atterriamo poi in orario, verso mezzogiorno, e scendiamo in attesa di proseguire per Zanzibar. Le gambe quasi non mi reggono e l’unica cosa che riesco a dire é “Io non ci risalgo!”. Adesso a pensarci mi viene da ridere, ma devo dire che non é stato esattamente divertente!
L’aeroporto interno di Arusha é abbastanza caotico, e ospita oltre ai voli interni con i mini-aerei, anche i grossi velivoli internazionali. I miei dubbi riguardo il carico eccessivo del nostro volo vengono confermati dall’addetto di terra, che rimprovera addirittura il pilota! Lui si giustifica dicendo che a bordo c’erano solo sette persone.... Questa volta per fortuna i controlli sul peso ci sono e sono rigorosi; infatti i norvegesi devono lasciare diverse borse a terra.
Nonostante le mie speranze, l’aereo su cui continuiamo il viaggio é lo stesso di prima, come pure il pilota. Questa volta l’aereo é pieno e il volo dura un’ora e 50 minuti, tranquilli, anche grazie al tempo un po’ migliore. Quando vediamo Stone Town in lontananza comincio a rilassarmi, ci abbassiamo e, dopo una virata a 180° abbastanza avventurosa, atterriamo sull’isola delle spezie.
Il caldo é soffocante, umidissimo! Come se non bastasse non c’é nessuno che é venuto a prenderci! Cominciamo bene..... Per fortuna dopo una telefonata all’albergo ci mandano qualcuno, e così dopo una buona mezz’ora riusciamo a lasciare l’incandescente marciapiede di fronte all’aeroporto, destinazione mare!
Attraversiamo parte di Stone Town, capanne e case, tanta gente in bicicletta o a piedi, i caratteristici dalla-dalla (i “pulmini” locali) e poi, dopo un’ora scarsa, raggiungiamo Matemwe, paesino di pescatori che ospita il nostro hotel.
Quando finalmente riusciamo a lasciare le cose in stanza (molto molto carina), corriamo in spiaggia e... meraviglia! L’oceano indiano! La spiaggia lunghissima e bianca da abbagliarti, sabbia finissima, contornata da palme, il mare dai mille blu.... sembra di stare in una cartolina!
Giorni di mare, giorni di relax!
Stanchi da due settimane di safari, non sono riuscita a trascinare il Domi in nessuna delle gite o attività possibili sull’isola, salvo lo snorkelling a Mnemba. Abbiamo raggiunto la spiaggia davanti all’isola in dalla-dalla, tra sobbalzi e buche nella strada, e lì abbiamo preso la barca fino alla laguna. I colori del mare cambiavano continuamente, dall’azzurro chiaro fino al blu-nero nel punto più profondo, per ritornare blu intenso sul “plateau” dove ci siamo tuffati. L’acqua é limpida e trasparente come una piscina, il colore é incredibile! Una volta in acqua, possiamo vedere anche la vita sotto la superficie... coralli e tanti tanti pesci coloratissimi!
Sullo sfondo, l’isola privata di Mnemba, paradiso per vip molto simile ad un atollo maldiviano, circondata da una spiaggia bianchissima e una grande laguna dove qualcuno fa windsurf.
Il secondo bagno lo facciamo più vicino alla riva, quindi il mare é più mosso e meno trasparente a causa della sabbia alzata dalle onde. In più, vengo morsa o punta da qualcosa (una medusa probabilmente) e l’indice mi si gonfia tutto oltre a fare un male cane! Peccato per questa fine un po’ indegna... per fortuna mi danno una crema antistaminica che farà effetto nel pomeriggio.
A parte questo, restiamo all’hotel facendo vita da spiaggia e godendoci il sole, il mare, il bar e il ristorante, soprattutto nelle due serate a buffet con piatti tipici di Zanzibar!
Dopo la mattina in spiaggia, raccogliamo le nostre cose e cominciamo il lungo viaggio verso casa. Il volo da Stone Town fino a Dar es Salaam nel primo pomeriggio dura solo venti minuti ed é molto tranquillo. All’aeroporto ci aspetta un collaboratore della Coastal Travel per portarci in centro. Il traffico attraversando la città... tutto un altro mondo rispetto alla prima parte del viaggio: questa é una grande città moderna, fatta di case, palazzi, negozi... passiamo nella via delle ambasciate con i suoi viali ben tenuti e le grandi ville, e arriviamo allo “Slipway”, un centro di negozi e alberghi sul mare, dove ci lasciano per la cena.
Ci godiamo l’ultimo tramonto della vacanza, e poi ceniamo su di una bella terrazza sul mare, con crostini ai gamberi, spaghetti all’aragosta e crème brulée. Una degna conclusione per una vacanza meravigliosa!
Arriva anche l’ora del trasferimento all’aeroporto.... povero il nostro autista che deve lasciare la telecronaca di un’importante partita di calcio di Coppa Africa! Forse é per tornare in tempo che corre come un pazzo per le strade ora quasi deserte, che brivido!
All’entrata dell’aeroporto ci controllano i passaporti e l’impiegato esclama “Ma siete in ritardo!!”, mi sento raggelare, ma non é possibile! Manca ancora molto tempo alla partenza! Scopriamo poi che c’è un volo della Swiss che parte a quell’ora... evidentemente il ragazzo si riferiva a quello. Abbiamo in effetti la tentazione di “imbucarci” sul volo, che tra l’altro atterra direttamente a Zurigo, invece ci tocca aspettare la nostra “Maria Callas” KLM in partenza alle 23:45 per Amsterdam.
Il volo trascorre tranquillo, lunghissimo, io ovviamente non dormo e così la mattina arrivo stremata a Schiphol. L’attesa per il volo successivo é lunghissima... un po’ di shopping, un pisolino, il pranzo e lentamente lentamente arrivano anche le 3 del pomeriggio. Ci imbarcano e poi ci annunciano che, causa traffico, partiremo dopo una mezz’ora, accidenti! Una giornata, o meglio due, infinite! Affrontiamo ancora l’ultimo tratto in treno e poi finalmente casa!
Sembra impossibile che solo il giorno prima eravamo beatamente in costume da bagno con i piedi nelle calde acque dell’Oceano Indiano!
Il nostro viaggio in terra scozzese comincia il 12 settembre 2006 a Edimburgo. Ritiriamo l’auto presa in affitto e subito dobbiamo, anzi, deve, LUI, fare i conti con la guida a sinistra... quindi facciamo un giretto nel parcheggio prima di lanciarci nel traffico verso la nostra prima meta: Stirling.
Facciamo una tappa intermedia a Falkirk, per vedere l’omonima “ruota” che porta su e giù barchette lungo un dislivello, e poi nel pomeriggio raggiungiamo il bel borgo di Stirling, appunto. La nostra guesthouse si trova proprio sotto la collina del castello, che visitiamo poco dopo l’arrivo.... dall’alto il panorama abbraccia tutta la verde campagna circostante.
Ci svegliamo la mattina seguente sotto una fitta pioggia, e ci dirigiamo verso il Wallace Monument (si, parliamo proprio dello stesso Wallace di Braveheart...), una torre fuori città che domina la pianura. Salire fino in cima non è proprio divertentissimo, attraverso quelle scale strette e a chiocciola, ma la vista che si può godere ripaga della fatica!
The Falkirk Wheel
Il secondo giorno maciniamo parecchi chilometri, e dopo Fallace ci spostiamo verso Doune, con il suo bel castello, e Dunblane, dove vediamo, purtroppo solo da fuori, la cattedrale. Da lì ci avviamo verso il Loch Lomond, a sud, il lago più grande della Scozia. Dopo esserci persi (...) finalmente troviamo la strada giusta per raggiungere il punto che ci interessa, cioè da dove vogliamo prendere un battello per una gita sul lago.. Nel frattempo è uscito il sole, anche se non fa propriamente caldo ci godiamo la gita ammirando le diverse ville sulle sponde del Loch. Prima di fare rotta verso casa, ci spingiamo fino a Luss, un bellissimo paesino con case minuscole circondate da rose rampicanti sulla sponda ovest del Loch.
Il giorno seguente ci aspetta un’altra tappa impegnativa, eppure troviamo il modo di allungarla ulteriormente (il mio pilota preferito ormai ha preso gusto a guidare all’inglese), facendo una deviazione per vedere le Falls of Dochart a Killin, visitando il castello di Inverary e poi girando attorno al Loch Etive, su di una stradina sperduta abbastanza dissestata e sotto una forte pioggia. Il paesaggio è però ugualmente bellissimo, di un verde incredibilmente intenso e disseminato da tante pecorelle al pascolo. Dopo un’ultima sosta a Kilmartin con le sue stele antiche, raggiungiamo Oban, sulla costa ovest della Scozia. Ad attenderci il simpatico padrone in kilt della bellissima, seppur non economica, guesthouse vista mare.
Il quarto giorno siamo colpiti da una fortuna sfacciata: una giornata assolutamente spendila, quasi senza nuvole e senza una goccia di pioggia. Capita a proposito, per la nostra gita organizzata alle isole di Mull, Iona a Staffa. Dura dover stare su un pullman dopo la libertà della macchina, ma ne vale la pena: queste tre isole sono uno spettacolo! Visitiamo sia Mull che Iona con la sua celeberrima abbazia, e guardiamo dalla barca l’impressionante Fingall’s Cove di Staffa, sballottati per il mare mosso, prima di tornare a Oban con un tramonto spettacolare.
Pecore nei Trossach
Anche il giorno seguente ci regala tanto sole, mentre saliamo verso nord per prendere il traghetto per l’isola di Skye. Sul percorso ci fermiamo a visitare il Dunstaffnage Castle, giriamo attorno al Loch di Glen Coe (uno delle zone più belle di tutto il viaggio), vediamo il viadotto di Glenfinnan (famoso grazie ad uno dei film della saga di Harry Potter) e diverse splendide spiaggette di sabbia bianchissima lungo la strada per le isole.
Arriviamo a Mallaigh da dove ci imbarchiamo per Skye. La traversata è breve e noi siamo in anticipo sulla tabella di marcia, così decidiamo di portarci ulteriormente avanti e di raggiungere l’Eilan Donan Castle. Anche se frequentatissimo, il castello è di una bellezza incredibile, data anche dalla posizione da cartolina sul lago, collegato alla terra da un ponte di muratura.
Trascorriamo la notte a Broadford, prima di partire alla scoperta dell’isola di Skye. In un giorno la giriamo tutta, dalle scogliere di Kilt Rock, al castello di Dunvegan, ai prati verdi, ai piccoli paesini sulla costa, è tutto un susseguirsi di panorami mozzafiato, resi ancora più intensi dal continuo cambiamento del tempo. Purtroppo ci capita la nebbia proprio quando ci inerpichiamo su per una montagna per andare ad ammirare l’Old Man Of Storr, una formazione rocciosa alquanto insolita, che riusciamo solo ad intravedere...
Eilan Donan Castle
La prima settimana si è quasi conclusa e noi lasciamo Skye per avventurarci a nord. Facciamo una fermata veloce a Gairloch, con la sua lunga spiaggia, prima di visitare gli Inwerewe Gardens che, grazie alla corrente del Golfo, godono di un clima così favorevole da poter ospitare piante esotiche da tutto il mondo, sequoie comprese!
Sulla strada facciamo tappa anche alle Falls of Measach, che si gettano in un’orrenda gola nera e profondissima da fare tremare le gambe... Poi nel pomeriggio arriviamo a Ullapool, porto da cui partono i traghetti per le Ebridi Esterne.
Il giorno seguente allunghiamo di nuovo il percorso di parecchio; infatti prima di raggiungere Lairgh con il suo fiume risalito dai salmoni, puntiamo a nord fino a Durness, passando per la spiaggia di Achmelvich. Il territorio più a nord delle Highlands è forse quello che ci è piaciuto di più, totalmente incontaminato e selvaggio, dove non si incontra una macchina per decine di chilometri; punteggiato di spiagge bellissime e prati dai colori incredibili, e spazzato dal vento, dove il tempo cambia nel giro di un minuto.
Da Lairgh il nostro viaggio continua verso Tain, dove visitiamo la distilleria di whisky Glenmorangie (almeno una bisogna averla vista, e ne vale davvero la pena!), il celeberrimo Loch Ness con il suo Urquart Castle in rovina, Nairn e la sua spiaggia chilometrica e finalmente Elgin, dove visitiamo subito la lugubre cattedrale, anch’essa in rovina.
Siamo nella patria del whisky e quindi, dopo la distilleria, visitiamo anche una bottega di bottai prima di riprendere il viaggio alla volta di Stonehaven, sulla costa est. Sul percorso incontriamo il Fyvie Castle, che si dice infestato dal fantasma di un trombettista... purtroppo non possiamo verificare di persona perché è chiuso.
Leprecani?
Arriviamo a Stonehaven con il sole, per cui ne approfittiamo per andare subito verso il Dunottar Castle, che ha ricevuto il nostro personale oscar dei castelli, nonostante arrivarci non sia proprio una passeggiata. Arroccato a picco sul mare, per raggiungerlo occorre scendere dalla scogliera per poi risalire dall’altra parte... gli scalini ci sono, ma sono parecchi!
Dopo Elgin, Aberdeen, dove non vediamo niente e restiamo imbottigliati nel traffico (no comment), e il fiabesco castello di Glamis, il castello della regina Madre. La notte la passiamo nella cittadina universitaria nonché mecca dei golfisti, St. Andrews; e poi giù verso i pittoreschi paesini di pescatori del Fife, fino verso Edimburgo, la capitale e ultima tappa del nostro viaggio.
Glenmorangie
È una città bellissima, ma non siamo molto fortunati col tempo e finiamo il secondo giorno qui completamente fradici dopo aver acquistato la nostra scatoletta di fudges, pesantissimi e buonissimi dolcetti al burro e...... burro!
Da non perdere è la visita al castello, naturalmente, ma anche al Mary King’s Close, per vedere come viveva, e soprattutto moriva, la gente nel 1600 nei “sotterranei” della città. Esperienza inquietante e impressionante, ma assolutamente consigliabile.
Ci godiamo la città anche se sotto il diluvio, passeggiando per le vie con i palazzi altissimi, e guardando da fuori l’imponente Balmoral Hotel che domina il Royal Mile...
Il 26 settembre è ora di partire, e lasciamo la Scozia sotto un sole che spacca le pietre, naturalmente!
Un bellissimo paese, con la sua natura grezza, i suoi abitanti un po’ strani ma simpatici, i pub e si, anche il cibo, che si è rivelato buono nonostante i pregiudizi (va bene lo ammetto, l’haggis non l’abbiamo assaggiato..........).
La nostra prima avventura africana comincia il 28 agosto 2005, con qualche giorno di ritardo rispetto alla prevista tabella di marcia a causa di uno sciopero della compagnia aerea sudafricana (pare non avessero mai scioperato prima... che fortuna eh?) che rischia di far saltare l’intero viaggio.
Dopo un volo di poco meno di 10 ore atterriamo a Windhoek, la capitale della Namibia, letteralmente “l’angolo del vento”. Ad attenderci c’è Alfred, che sarà la nostra guida nonché autista per tutta la durata del viaggio.
La duna 45
Il primo giorno ci aspetta una tappa impegnativa a causa del forzato cambio di programmi dovuto allo sciopero, così partiamo subito alla volta del deserto. Quello del Namib è uno dei deserti più antichi della terra (forse addirittura il più vecchio in assoluto), ed è incredibilmente affascinante con le sue immense dune di sabbia rossa. Ci accampiamo al Sesriem Camping e visitiamo il Canyon poco distante prima che cali il sole. All’imbrunire, il primo incontro con la fauna locale: uno sciacallo tenta di portarsi via il mio zaino perché pieno di cose da mangiare! Più tardi, una specie di gatto-procione viene a farci visita salendo sull’albero della nostra piazzuola. In effetti, non c’è alcuna barriera tra la tenda e il deserto circostante.
Il cielo notturno è mozzafiato, milioni di stelle vicinissime, il silenzio assoluto, una pace incredibile...
Il giorno seguente ci alziamo prestissimo per poter ammirare il sorgere del sole direttamente dalla Duna 45. Il colore della sabbia è bellissimo, così come tutto il paesaggio.
Death Vlei
Dopo la faticosa ma divertente ascesa, ci dirigiamo verso la Death Vlei, una depressione dal fondo calcareo in mezzo alle dune, punteggiata da alberi morti e completamente neri. Ancora una volta, il contrasto tra i colori del paesaggio è indescrivibile, e abbiamo perfino la fortuna di potercelo gustare in piena solitudine!
Prossima tappa: Swakopmund, località di villeggiatura sulla costa dall’aspetto decisamente coloniale. Lungo il percorso ci fermiamo a Solitaire, che in realtà non è un paesino ma solo una pompa di benzina in mezzo al nulla con un albergo vicino. La sosta merita non solo perché è uno dei pochi posti dove fare rifornimento di carburante, ma anche perché alla stazione di servizio viene servita una torta di mele che ormai si può definire leggenda (viene citata in praticamente tutti i diari sulla Namibia.... devo dire, a ragione!).
La mattina del giorno dopo partiamo per Walvis Bay, poco più a sud di Swakopmund, dove faremo una gita in barca sull’oceano. Per fortuna la fitta nebbia mattutina lascia il posto al sole, e ci permette di ammirare un branco di otarie, gabbiani, cormorani e pellicani a volontà. Avvistiamo anche qualche delfino che “corre” lungo l’imbarcazione. Passiamo pure vicino agli immensi pescherecci russi, che non attraccano al porto per non pagare la tassa, e che passano quindi mesi e mesi al largo.... hanno un nonsoché di sinistro e la nebbia che le avvolge contribuisce a rafforzare quest’impressione. Torniamo poi a Swakopmund, dove visitiamo il museo marino (niente di speciale) e passeggiamo lungo la spiaggia, prima di prendere un thé in uno dei numerosi baretti vista-mare frequentati da tedeschi. C’è un ambiente un po’ strano, è pieno di bianchi e le case hanno muri alti intorno e recinzioni di filo spinato...
Siamo ormai al quinto giorno, lasciamo la costa per la regione del Damaraland, ma non prima di aver fatto visita alla colonia di otarie del Capo più grande che ci sia, Cape Cross.
Simpaticissime e molto rumorose queste otarie... molti dicono che la puzza che emanano è insopportabile... mah, magari per olfatti fini! Ci accampiamo ancora una volta, sulle sponde di un fiume in realtà completamente secco, nei pressi delle pitture rupestri di Twyfelfontein, che visitiamo il giorno dopo insieme alla “montagna bruciata” e alle “canne d’organo”, delle formazioni rocciose piuttosto curiose. Arriviamo poi a Palmwag il pomeriggio del sesto giorno. Il lodge è molto bello, anche questa volta, sulle sponde di un fiume secco. In questa zona vivono i pochi esemplari rimasti di elefante del deserto... purtroppo non riusciamo a vederli, e anche la passeggiata nel letto del fiume ci viene preclusa causa la presenza di un branco di leonesse. Anche qui, ci si chiede cosa impedisce ai leoni di entrare nel giardino del lodge e far visita alla nostra tenda.... in effetti, proprio niente!
Pellicani a Walvis Bay
Visitiamo anche il Save The Rhino Trust, associazione per la salvaguardia dei rinoceronti che ha sede proprio lì vicino. Da Palmwag ci spostiamo, potrei dire quasi “finalmente”, verso il parco nazionale dell’Etosha. Qui passiamo tre giorni, due al campo Okaukuejo, uno a Namutoni. Il parco è qualcosa di eccezionale! Vediamo un’infinita di gazzelle, zebre, gnu, elefanti, rinoceronti, giraffe, uccelli di tutti i colori e naturalmente anche qualche leone. È un’emozione continua, che non finisce neanche all’ interno del campo, da dove si può assistere grazie ad una pozza d’acqua illuminata, all’interminabile processione di animali che vanno ad abbeverarsi.
Passati questi meravigliosi tre giorni riprendiamo il viaggio, questa volta verso sud fino al Waterberg Plateau, che si erge come un fungo in mezzo ad un panorama completamente piatto.
Da lì passiamo ad Okonjima, sede della fondazione Africat, dove abbiamo la possibilità di avvistare un leopardo (forse l’emozione più grande dell’intero viaggio), un gruppo di ghepardi che purtroppo non possono più essere rimessi in libertà e tre leoni che si prestano incredibilmente bene a fare i modelli!
Il dodicesimo giorno torniamo verso nord (anche questo a causa dei disguidi sul programma), pernottiamo in campeggio all’ERMO Safari Lodge, sulla cima di una collina con una vista strepitosa che va fino all’Etosha.
Il giorno seguente siamo in visita ad una piccola comunità di Himba, le cui donne, bellissime e “rosse”, si cospargono il corpo ed i capelli con una mistura di polvere di ocra rossa, appunto, e grasso animale.
Un bambino a Windhoek
Da nord a sud, di nuovo, alla volta del Mount Etjo Lodge, dove passiamo un giorno e mezzo. Qui abbiamo la possibilità di vedere una famigliola di ippopotami e di fare qualche safari nella riserva. Lo “spettacolo” artificiale della cena data ad un gruppetto di leoni è qualcosa a cui non avrei voluto assistere, col senno di poi...
È giunto il momento di tornare al punto di partenza, Windhoek, per visitare questa ordinata cittadina con la sua famosa chiesa che sembra uscita da una fiaba, fare un po’ di shopping e passare attraverso il suo quartiere più povero, pieno di bambini sorridenti che si attaccano per gioco al retro dell’auto.
Gli ultimi due giorni li passiamo rispettivamente all’Auas Game Lodge, dove vediamo anche un coccodrillo e un altro leopardo (“purtroppo” non in libertà, e la cosa mi fa piuttosto tristezza); e alla Gästefarm Hohewarte, ospiti di una simpatica signora che ci ha riempiti di manicaretti a base di carne di gnu, zebra, springbock e altri.
All’alba del ventesimo giorno ci accompagnano in aeroporto, da dove partiamo con volo LTU per Monaco e da lì verso Zurigo. Arrivati a casa scopriamo che ci hanno perso le valigie in Germania... poco male, per fortuna siamo arrivati, e i bagagli ce li recapiteranno qualche giorno dopo. Qualche intoppo in partenza e all’arrivo, ma niente che può rovinare un viaggio importante e meraviglioso in continente incredibile come l’Africa!